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AFFETTE DA NULLITA’ PARZIALE LE FIDEIUSSIONI BANCARIE, PERCHE’ COSTITUENTI L’EPILOGO DI UNA INTESA RESTRITTIVA DELLA CONCORRENZA

La Corte regolatrice, nella massima composizione, pone fine -forse- ad un recente contrasto, generatore di un acceso contenzioso tra il ceto bancario e la clientela.

Come notorio, i contratti di fideiussione in uso ai principali operatori bancari italiani adottano sul piano contenutistico lo schema contrattuale adottato dall’ABI, per tempo ritenuto dalla Banca d’Italia (provvedimento 55/2006) il possibile esito di una intesa restrittiva della concorrenza, da intendersi vietata ex art. 2 L. N° 287/1990. Da qui il contenzioso tra i fideiubenti e gli operatori bancari, vertente sulla possibile proiezione invalidante di siffatta intesa sui contratti finali -fideiussioni-, una volta assunto dalla Corte di legittimità il particolare rilievo probatorio, ai fini di indagine, dell’istruttoria compiuta dall’Organismo indipendente.

Sovvertendo gli anteriori arresti -i più rilevanti dei quali neppure citati nel corpo della sentenza da ultimo assunta-, tesi a riconoscere una possibile tutela per equivalente (sent. N° 24044/2019), e comunque a negare ogni possibile automatismo tra l’effetto distorsivo censurato e la possibile nullità dei contratti a valle -Ord. N° 1475/2020-, la Corte di Legittimità giunge a conclusioni innovative, per ritenere le fideiussioni bancarie affette da nullità parziale, limitatamente alle clausole (N° 2, 6 ed 8) contrastanti con l’art. 2 L. N° 287/1990 ed art. 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione.

Invalidità destinata a lasciare impregiudicata ogni tutela per equivalente, e che permette estendersi sull’intero corpo negoziale, ove sia assolto dalla clientela, e senza alcuna implicazione ufficiosa del Giudice, la prova -definita diabolica per gli ovvi effetti pratici- di una totale alterazione del meccanismo di formazione della volontà contrattuale.

Nullità passibile di essere rilevata dal Giudice, sempre contemperando lo scrutinio d’ufficio con le regole sulla deduzione delle parti, e ferma la possibilità residuale di esperire autonoma domanda di ripetizione indebito, ove affiorati i relativi presupposti (Cassazione Civile, Sezioni Unite, sentenza N° 41994 del 30 Dicembre 2021).

INCOSTITUZIONALE LA ULTERIORE PROROGA DELLE PROCEDURE ESECUTIVE DISPOSTA PER ARGINARE L’EMERGENZA COVID

Il Giudice delle Leggi censura la seconda proroga delle procedure esecutive -estesa altresì alle azioni di rilascio-, disposta dal Legislatore con il DL N° 183/2020. L’art. 54 ter DL 2020, adottato in piena contingenza sanitaria, veniva più volte prorogato, da ultimo sino al 30 Giugno 2021, per effetto dell’art. 13 DL 183/2020. La Corte Costituzionale ritiene che la stasi delle azioni esecutiva non possa essere incondizionata, bensì quale effetto di una previa ponderazione delle esigenze contrapposte. L’epilogo di una simile analisi non può mai essere il differimento generalizzato dell’originario periodo di sospensione, bensì l’introduzione di criteri mirati, che tengano conto del reale nocumento, e non pregiudichino le ragioni delle parti creditrici o dei proprietari (Corte Costituzionale, sentenza N° 128 del 22 Giugno 2021)


STUDIO LEGALE NOTO

Possibile proporre nello stesso ricorso la domanda di accordo di composizione della crisi e di liquidazione del patrimonio

Il Giudice delle Leggi, nel respingere il rilievo di incostituzionalità dell’art. 14 quater Legge 27 gennaio 2012, N° 3, esclude che lo stesso abbia una portata tassativa, prevedendo la conversione dell’accordo nelle sole ipotesi in cui il debitore abbia raggiunto un accordo con la parte creditrice, e poi siffatta intesa sia stata risolta, annullata o comunque abbia cessato i suoi effetti, anche per cause imputabili al richiedente la procedura concorsuale. La Corte Costituzionale ritiene dirimente a tal fine la peculiarità della procedura, di natura procedura camerale ai sensi dell’art. 737 cpc, espressamente richiamato dagli artt. 10, comma sesto, e 12, comma secondo L. 3/2012. Trattasi di procedura caratterizzata dalla assenza di formalismi, propri del rito ordinario, e pertanto il Giudice deve intendere la modifica proposta dal creditore, seppure non raggiunto l’accordo con i creditori, quale mero ed ammissibile mutamento della domanda introduttiva della fase concorsuale (Corte Costituzionale, sentenza 8 Aprile 2021 n° 61)

LEGITTIMO RICETTARE IDROSSICLOROCHINA AI PAZIENTI AFFETTI DA COVID-19

Il Supremo Consesso amministrativo ribalta la decisione assunta in primo grado dal TAR Lazio, e sospende la nota AIFA del 22 luglio 2020, che proibiva ai medici prescrivere i farmaci a base di idrossiclorochina per curare il Covid-19. La scelta se prescrivere o meno il farmaco, in una situazione di dubbi e contrapposte visioni nella comunità scientifica, sulla base di dati clinici non univoci, deve essere demandata all’autonomia decisionale e alla responsabilità del singolo medico “in scienza e coscienza”, previo consenso informato del paziente, che il medico dovrà costantemente monitorare. La connotazione sperimentale del trattamento esclude potere essere rimborsato all’assuntore dal Servizio Sanitario Nazionale (Consiglio di Stato, Sezione IIIª Ordinanza 11 Dicembre 2020, N° 7097)

PIGNORAMENTO IMMOBILIARE VALIDO ANCHE SE RIPORTA DATI CATASTALI ERRONEI

La Corte di Legittimità, nei rigettare un ricorso del debitore esecutato, riepiloga gli effetti dell’atto di pignoramento recante inesatta indicazione del bene staggito: l’errore non cagiona nullità dell’atto, e poi della incoata procedura esecutiva, allorquando l’errore non determini incertezza assoluta sul bene espropriato. Non sussiste siffatta incertezza, ove il CTU abbia prontamente rilevato l’errore, e sia emendata la perizia di stima e l’ordinanza di vendita (Cassazione Civile, sentenza 15 Settembre 2020, N° 19123).

DECRETO INGIUNTIVO INOPPONIBILE ALLA MASSA DEI CREDITORI, SE L’IMPRENDITORE FALLISCE NELLE MORE DEL GIUDIZIO DI OPPOSIZIONE

La Corte di Cassazione rimarca il precipuo effetto della interruzione del giudizio ex art. 645 cpc, conseguente al fallimento dell’imprenditore opponente in sede di opposizione a decreto ingiuntivo: alla Curatela fallimentare non spetta alcuna iniziativa nella riattivazione della fase di cognizione, a fronte di un titolo esecutivo (di sopravvenuta formazione, ove si estingua la fase di opposizione) non opponibile alla massa dei creditori intervenuti ex art. 93 e 101 DR N° 267/1942. Di contro, è onore ed interesse del debitore fallito riassumere il processo nei confronti del creditore opposto, evitando così che il provvedimento monitorio, conseguita la definitiva esecutorietà per mancata o intempestiva riassunzione, divenga opponibile nei confronti del primo, una volta tornato “in bonis” (Cassazione Civile, Sezione Iª, sentenza 13 Ottobre 2020, N° 22047)

LA BANCA CEDENTE RISPONDE DEL DANNO CAGIONATO AL CESSIONARIO, ANCOR PRIMA CHE QUEST’ULTIMO ABBIA AGITO IN DANNO DEL DEBITORE

La Corte di Cassazione per la prima volta si interroga (peraltro  in risposta a quesito formulato nell’interesse della legge ex art. 363 cpc) sulla possibilità per il cessionario di agire a titolo di inadempimento in danno della banca cedente, ancor prima ed a prescindere dalla escussione del credito. Al quesito viene data risposta positiva, e laddove il credito ceduto sia assistito da ipoteca, la perdita della garanzia reale costituisce  un danno autonomo  rispetto a quello derivante da inadempimento. Il diritto di credito, ben passibile di ulteriori vicende traslative, ha un valore di circolazione, derivante dal valore nominale del credito medesimo, ed altresì dall’entità delle garanzie offerte. Valore di circolazione  pari all’entità numerica del credito, decurtata delle perdita in caso di inadempienza, quest’ultima da raccordare alle garanzie reali ed ai possibili tempi di escussione del credito. Entità del pregiudizio ritenuto pertanto di tipo predittivo (da parametrare alla ridotta capacita di circolazione del credito),  destinato ad essere soppianto dai numeri certi ottenuti all’esito  dell’azione esecutiva, ove intrapresa dal cessionario  (Cassazione Civile, Sezione Terza, sentenza N° 11583 del 15 Giugno 2020

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AFFETTO DA NULLITA’ IL CONTRATTO BANCARIO CHE ACCORDI ALL’ISTITUTO DI CREDITO UN PUR MINIMO MARGINE DI DISCREZIONALITA’ NELLA DETERMINAZIONE DEL SAGGIO DI INTERESSE

Per il Giudice di legittimità la regola codificata dall’art. 1346 cc impone che il contenuto del contratto, ivi compreso quello bancario, sia previamente determinato, non potendo residuare, in capo alla banca, una facoltà di mutuare due alternative ipotesi nella fissazione del saggio di interesse. Ove verificatasi siffatta evenienza, il contratto sarà viziato da nullità per indeterminatezza della stipula ex art. 1346 cc, senza alcuna possibilità di invocare l’impiego dei tassi sostitutivi ex art. 117 TUB, ipotesi ultima riservata alla sola inosservanza delle regole di trasparenza negoziale (Cassazione  Civile,  Sezione 6, sentenza 11876 del 18 giugno 2020)

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L’OBBLIGO DI INFORMATIVA FINANZIARIA NON PUO’ ASSOLVERSI MEDIANTE MERA CONSEGNA DI APPOSITO PROSPETTO ILLUSTRATIVO

Il Giudice di legittimità censura la condotta dalla società di investimento, che ha ritenuto esaurire l’obbligo informativo mediante mera consegna di apposito prospetto di sintesi dell’operazione finanziaria posta in essere dall’intermediario. In vigenza del Regolamento Consob N° 11522 del 1998, ove l’investimento sia avvenuto fuori sede, il suddetto adempimento costituisce condizione necessaria, ma non sufficiente, per assolvere gli obblighi informativi, i quali impongono, sul piano contenutistico, che l’investitore sia concretamente informato circa le analitiche implicazioni finanziarie dell’operazione proposta  (Cassazione Civile, sentenza 22 Maggio 2020, N° 9460)

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IL DISTACCO DEL CONDOMINO DALL’IMPIANTO CENTRALIZZATO E’ SEMPRE LEGITTIMO, ANCHE SE VIETATO DAL REGOLAMENTO CONDOMINIALE

La Corte di Legittimità torna sulla problematica del distacco dall’impianto centralizzato, operato dal singolo utente e denegato dall’assemblea dei condomini. Nel rammentare dapprima la ineludibile fattibilità tecnica dell’intervento (essendo di contro precluso, ove danneggi, o comunque comprometta l’efficienza dell’impianto centralizzato), la Corte sottolinea l’interesse primario al risparmio energetico, cui non può ostare una diversa previsione contenuta nel regolamento condominiale. In tali ipotesi, il condomino resta solo obbligato a concorrere alle spese di conservazione dell’impianto centralizzato  (Cassazione Civile, sentenza 21 Maggio 2020, N° 9387)

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